venerdì 22 maggio 2009

Alla scoperta di via Appia

Su Repubblica.it è stato pubblicato un interessante articolo di Isa Grassano relativa alla via Appia. Nonostante in alcuni passi l'autrice, a mio parere, sia stata troppo retorica riporto il racconto su la Regina Viarum.

LA CAFFARELLA è una delle più preziose aree verdi della Capitale, con gli alberi di fichi e di mele selvatiche su cui arrampicarsi d’estate per cogliere i dolci frutti, e con i merli a fare compagnia, insieme al battere a martello dei picchi. In questa valle si specchia la storia di Roma, e vicino a ogni grotta scavata nella roccia tufacea, ad ogni rudere (il Tempio del dio Rediculo, il Ninfeo d'Egeria, San Urbano) sembra ancora di rivivere quel fascino che incantava i viaggiatori del Grand Tour. E questo vale ancora di più per tutto il tratto monumentale della Via Appia Antica, oggi compreso nell’omonimo Parco.

Goethe, che ebbe modo di vistare la strada durante il suo viaggio in Italia del 1876, volle farsi ritrarre da un amico artista mentre era «mollemente» adagiato su alcuni resti archeologici, con sullo sfondo la campagna che, allora come oggi, circonda la Regina Viarum, come l’Appia venne definita per lo splendore dei monumenti sepolcrali, le ville sontuose del tratto suburbano e per la bellezza del percorso.

Del resto, la via Appia, era la grande "autostrada" dell'epoca, che portava da Roma a Brindisi e da lì, in nave, verso la Grecia, dove iniziava la Via Egnatia (prosecuzione ideale dell’Appia), diretta in Turchia. «Scavò le alture, pareggiò le valli ed i baratri con mirabili terrazzamenti; spese tutte le entrate dello stato, ma lasciò di sé indimenticabile memoria», così scrisse Diodoro Siculo del censore Appio Claudio, l'uomo che, nel 312 a.C., mise mano a quest’opera davvero unica: la strada nacque soprattutto con finalità militari e aveva una larghezza di oltre quattro metri, sufficienti a consentire il passaggio contemporaneo di due carri nel doppio senso di marcia.
E dunque, perché non riscoprirla, lungo i 712 chilometri, che costituiscono la moderna Statale 7, partendo proprio dalla Caffarella, con un viaggio "al rallentatore" per conoscere la cultura, il territorio, le persone, a ritmi lenti, fermandosi qua e là per visitare borghi e paesi, concedendosi qualche passeggiata tra la natura, con alcune diramazioni per le città.

Non avere fretta è la prima regola. Anzi, l’unica. Il resto viene da sé: il verde fitto delle querce e degli ippocastani ai lati della strada, le greggi di pecore al pascolo, l’eco dei dialetti che cambia man mano che si percorrono le infinite serpentine di asfalto.

Lasciati alle spalle i Colli Albani, noti per i boschi e i laghi, ma anche per la cucina e i vini, la strada è diritta, come una riga geometrica e, fedele al percorso antico, porta a Terracina. Qui gli scenari sono spettacolari, con l’area archeologica del Tempio di Giove Anxur (fanciullo) situato in cima a Monte Sant’Angelo e dichiarato recentemente Monumento Naturale: grandiose rovine tra cui le poderose arcate, risalenti anche al I secolo a.C., che emergono tra gli arbusti sempre verdi e le perenni graminacee.

Poco più avanti, c’è Itri, di cui è ancora visibile parte dell’antico tracciato della Via Appia. Il centro si annuncia con uno splendido colpo d’occhio: le case sono arroccate sopra un colle. Nel mezzo, scale e scalinatelle cadono giù strette, a ragnatela. Chilometro dopo chilometro si continua lungo la via, fino a Caserta, il regno della Versailles italiana, con la sua Reggia e le viuzze in pietra. Si entra in Irpinia, superando il tratto più ripido di tutta l’antica Appia: la strada, che assomiglia a un serpente, si attorciglia intorno a sé. Capita di dover rallentare ancora di più, spesso dietro qualche trattore diretto verso la campagna. I paesi sono come salotti. Tra questi Pietrapertosa e Castelmezzano, tra le Dolomiti Lucane, un tempo rivali, oggi uniti dal cavo d’acciaio del "Volo dell’Angelo" (dal 27 giugno al 13 settembre, il programma sul sito): un brivido da provare, capace di aggiungere emozione alla spettacolarità del percorso in auto.

Sono borghi inseriti tra i più belli d’Italia, così come ordinato è Grottole, che sorge su due collinette: "Sentinella" e "Terravecchia", dominato dal Castello longobardo. Una volta qui, è impossibile non fare una deviazione verso Matera con i suoi Sassi, i rioni pietrosi, Patrimonio Unesco.

Ma prima, sempre sulla Statale 7, al km 580, incassato tra la roccia e un muretto a secco, un sentiero conduce alla Grotta del Sole. All’inizio fu un insediamento monastico, poi nel '700 fu occupata da una comunità di cavatori che aprirono le prime cave di tufo. Ma ciò che rende magica la grotta è un originale sole con il volto umano e lunghi raggi gemmati, scolpito sulla volta dell’ambiente centrale.

La prossima e ultima meta è la Puglia, con Taranto, la Città dei due mari. Una visita è d’obbligo al MARTA, Museo Nazionale Archeologico, scintillante biglietto da visita per la città e la terra Ionica, da poco riaperto, che raccoglie pregiati pezzi dell’immenso patrimonio storicoculturale della civiltà greca. Infine, ecco Brindisi.

L’alta colonna romana, proprio sul porto, indica il punto d’arrivo della via Appia. «A Brindisi, ov’io sono, finisce il lungo mio viaggio», così diceva Orazio. E a Brindisi finisce anche il nostro incedere lento.

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