
« Che dilizia! Senti quer venterellosalato, quer freschetto fino finodell’onne, che le move er ponentino,che pare stiano a fa’ a nisconnerello! » (Cesare Pascarella, "Eppuro er mare..." )
Dati gli orari e le stagioni in cui lo si avverte questo vento è divenuto oggetto di una particolare percezione popolare, ben presto elemento di tradizione popolaresca istintiva, nella coincidenza del suo levarsi con l'ora del riposo, della cena (rito fra i più importanti della romanità) e dell'amore.
Dell'amore il Ponentino divenne nel tempo allusivo e romantico riferimento e custode, complice creatore di produttive atmosfere soprattutto per il corteggiamento, silenzioso messaggero delle note di fiduciosi stornelli, di amorosi versi cantati che questo vento, si riteneva, potesse rendere ammaliatori. Ed era, secondo proprio un antico stornello, la miglior scusa per poter assestare una ciocca di capelli dell'amata, forse davvero scomposta da qualche refolo, e per restare nei paraggi a provare una tenera incerta carezza.
« Prestame er Ponentinopiù malandrino che ciai »
(Armando Trovajoli, Renato Rascel: "Roma nun fa' la stupida stasera" (Rugantino))
Sottintesa cornice delle liturgie alimentari serali che Fellini descrisse in "Roma", e forse di Roma, er Ponentino è in realtà rinfrescante ragione e condizione dell'uso romano di cenare, quando possibile, all'aperto, trasportando fra le case aromi di cucinato e trasformando le stanche strade in profumate promesse del ristoro, unendo le singole abitazioni, i singoli nuclei familiari, nel rito della cena che si fa così distintamente collettivo, di rione.
« Vède passà er Ponentino»«vedere passare il Ponentino »
(Modo di dire romano riferito a persone di particolare acume o informatissime)









