lunedì 2 giugno 2008

Picnic a Villa Doria Pamphilj


Week end lungo e impegnativo. La maratona di appuntamenti inizia sabato mattina con l'incontro alle ore 11.00 all'ingresso di Villa Doria Pamphili con le famiglie dei compagni di classe di mio figlio Flavio. Il programma prevedeva l'approdo in uno spazio verde dove, mentre i bimbi scorrazzavano liberi tra i prati, i genitori bivaccavano facendo un generoso picnic.


Il "gruppo Leopoldo Franchetti", devo ammettere, è perfettamente organizzato ed è riuscito a trasportare una quantità di vettovaglie inimmaginabile.
Abbiamo deciso di "accamparci" nel giardino antistante la villa principale e il risultato finale è stata una bella giornata serena e divertente sia per i bimbi che per noi genitori.

Tornando al luogo prescelto, Villa Doria Pamphili , detta anche del "Bel Respiro", con i suoi 180 ettari di superficie, è il più grande dei parchi romani e una delle "ville" meglio conservate.
Quello che risulta estremamente interessante della Villa, nel suo organismo architettonico e di architettura verde, è il suo significato storico: essa non è soltanto l'espressione di un momento della cultura o la manifestazione del gusto della famiglia Pamphilj, ma piuttosto un documento espressivo del classicismo romano di ascendenza carraccesca e bolognese.

La villa è divisa in tre parti: il palazzo e i giardini (pars urbana) , la pineta (pars fructuaria), e la tenuta agricola (pars rustica).
Nel 1849 la villa fu teatro di una delle più cruente battaglie per la difesa della "Repubblica Romana": le truppe francesi di Napoleone III il 2 giugno occuparono villa Corsini, allora alla periferia ovest di Roma e le truppe garibaldine tentarono invano di scacciarle.
Nel 1856 la villa fu unita alla confinante villa Corsini e tutto il complesso venne trasformato in una grande azienda agricola. Iniziati i primi espropri da parte del Comune di Roma nel 1939, il nucleo originario della villa fu acquistato dalla Stato Italiano nel 1957.



Rimane proprietà della famiglia Doria Pamphilj la cappella funeraria opera di Odoardo Collamarini.

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