Visualizzazione post con etichetta lo sapevate che..... Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lo sapevate che..... Mostra tutti i post

mercoledì 20 gennaio 2010

Tabula rasa

Tavoletta ripulita.
Non conoscendo la carta e non potendo usare il papiro o la pergamena per il costo troppo elevato i romani usavano per prendere appunti delle tavolette ricoperte di cera che veniva incisa dalla punta di uno stilo mentre per cancellare veniva utilizzata una piccola spatola posta all'altra estremità dello stilo stesso ripristinando lo strato di cera. Nel momento in cui quanto scritto non aveva più interesse alcuno, sempre con la spatola si rasava la cera su tutta la tavoletta rendendola riutilizzabile. Per traslato, la locuzione entrò nell'uso della terminologia filosofica ad indicare lo stato della mente umana che nasce vuota di idee che solo l'esperienza creerà tramite i sensi. Dall'uso filosofico a quello giornalistico: far "tabula rasa" equivale a rubare, sottrarre ogni cosa il passo è stato breve.

sabato 7 novembre 2009

Er ponentino


Il Ponentino è il vento più noto fra quelli che spirano su Roma, sebbene nella concezione popolare si intenda con questo termine il vento di Ponente che si leva sul far della sera nella stagione calda.
« Che dilizia! Senti quer venterellosalato, quer freschetto fino finodell’onne, che le move er ponentino,che pare stiano a fa’ a nisconnerello! » (Cesare Pascarella, "Eppuro er mare..." )


Dati gli orari e le stagioni in cui lo si avverte questo vento è divenuto oggetto di una particolare percezione popolare, ben presto elemento di tradizione popolaresca istintiva, nella coincidenza del suo levarsi con l'ora del riposo, della cena (rito fra i più importanti della romanità) e dell'amore.
Dell'amore il Ponentino divenne nel tempo allusivo e romantico riferimento e custode, complice creatore di produttive atmosfere soprattutto per il corteggiamento, silenzioso messaggero delle note di fiduciosi stornelli, di amorosi versi cantati che questo vento, si riteneva, potesse rendere ammaliatori. Ed era, secondo proprio un antico stornello, la miglior scusa per poter assestare una ciocca di capelli dell'amata, forse davvero scomposta da qualche refolo, e per restare nei paraggi a provare una tenera incerta carezza.

« Prestame er Ponentinopiù malandrino che ciai »
(Armando Trovajoli, Renato Rascel: "Roma nun fa' la stupida stasera" (Rugantino))
Sottintesa cornice delle liturgie alimentari serali che Fellini descrisse in "Roma", e forse di Roma, er Ponentino è in realtà rinfrescante ragione e condizione dell'uso romano di cenare, quando possibile, all'aperto, trasportando fra le case aromi di cucinato e trasformando le stanche strade in profumate promesse del ristoro, unendo le singole abitazioni, i singoli nuclei familiari, nel rito della cena che si fa così distintamente collettivo, di rione.


D'intorno, intanto, svaniscono i fumi ed i vapori della giornata operosa, ed i monti lontani come il Terminillo o quelli più vicini come i Castelli, riguadagnano nitidezza nell'aria purificata, rassicurando a vista i Romani che i monti sono ancora là, a carpire da questo vento echi e fragranze del caput mundi. E se dopo la cena risoffiasse, vuole sempre la proverbialità degli stornelli, volano di nascosto le notizie, si sviluppano in segreto i progetti, si decidono sacralmente le cose di casa, tramano di traverso le spie e vitaminici si svegliano i pazzi.

« Vède passà er Ponentino»«vedere passare il Ponentino »
(Modo di dire romano riferito a persone di particolare acume o informatissime)

notizie prese da http://www.wikopedia.org/

martedì 13 ottobre 2009

Nerone e Berlusconi


Il Newsweek ha paragonato, in modo negativo, il nostro presidente del Consiglio all’Imperatore Nerone.
Ma l'accostamento è storicamente sbagliato, infatti, gli storici stanno rivalutando la figura di Lucio Domizio Enobarbo detto Nerone.
Riporto l’analisi di Massimo Fini pubblicata sul suo libro “Nerone. Duemila anni di calunnie”.
Nerone fu un grandissimo uomo di Stato. Durante i quattordici anni del suo regno l’Impero conobbe un periodo di pace, di prosperità, di dinamismo economico e culturale quale non ebbe mai né prima né dopo di lui.
Certamente fu un megalomane, un visionario, uno che, direbbe Nietzsche, pensava in grande stile e cercò di modellare il mondo sulle proprie intuizioni e immaginazioni, l’artefice di un’arditissima rivoluzione culturale con la quale intendeva dirozzare i romani e indirizzarli verso la mentalità e i costumi ellenistici, molto più civili e raffinati. Fu anche un esibizionista, un inguaribile narciso e , con tutta probabilità, uno psicolabile schiacciato prima da una madre autoritaria e nastratrice e poi dall’enorme peso che , a soli diciassette anni, per le ambizioni di Agrippina, gli era stato scaricato sulle spalle mentre lui avrebbe preferito dedicarsi alle arti preferite.
Fu un sognatore che, mentre i mondo gli crollava addosso , fantasticava di potersi pur sempre guadagnare da vivere con la propria arte.
Come statista ci sono poi alcune caratteristiche che possono sollecitare la sensibilità moderna. Fu un monarca assoluto che usò il proprio potere in senso democratico: non governo solo in nome del popolo, come voleva la ipocrisia Augustea , ma per il popolo contro le oligarchie che lo opprimevano e lo sfruttavano. E per avere il consenso del popolo – oltre che progettare e attuare misure molto concrete – inaugurò quella che oggi chiameremmo la politica spettacolo. Nerone fu un grande showman.

lunedì 8 giugno 2009

Le ciliege


Sabato pomeriggio da Tonino e Anna nella loro casa a Cretone.

Appuntamento attesissimo dai miei bambini per raccogliere le ciliege dagli alberi dei miei amici.

Plinio narra che le ciliegie furono portate in Italia da Lucullo, dalla regione del Ponto, quando tornò a Roma dopo la vittoriosa campagna contro Mitridate. Fu grazie ai Romani se la coltivazione del ciliegio si diffuse in tutto l’impero, fino alla Gran Bretagna.

Ma la leggenda è probabilmente priva di un reale fondamento in quanto nel I secolo a.C. le ciliege erano già note a Roma.

Tuttavia non è da escludere che Lucullo, grande generale ma anche uomo raffinatissimo, collezionista di libri e di oggetti d'arte, viaggiatore e buongustaio, abbia portato a Roma dalle sue
campagne d'Oriente varietà di pianta che producevano frutti particolarmente dolci e invoglianti. Le piantò nel giardino della sua magnifica villa sulla collina del Pincio, proprio in cima all'attuale scalinata di Trinità dei Monti, e affascinò i suoi concittadini con lo spettacolo primaverile della fioritura e con lo stupore estivo di sapori ancora sconosciuti.

venerdì 2 gennaio 2009

natalicia munus

Visto che oggi è il mio compleanno riporto il post del 3 gennaio 2008:
-
La celebrazione del compleanno (natalicia munus) cominciava con un sacrificio incruento alla divinità protettrice personale, il Genio (Giunone se fossi stato donna).
Per questa giornata avrei indossato la veste bianca della festa. Parenti, clienti e amici mi avrebbero fatto gli auguri (anche per iscritto: alcune poesie di genere hanno questa origine) e portato dei doni.
Avrei concluso la giornata con un banchetto al termine del quale non poteva mancare la consueta torta di compleanno.
Vado a cercare una camicia bianca e qualcosa da sacrificare a Minerva!!

----
Veneris dies -
ante diem quartum Nonas Ianuarias
Fas
anno MMDCCLXII a.U.c.

martedì 23 dicembre 2008

Da dove deriva il Natale?


Ci avviciniamo al Natale e mi è venuta la curiosità di vedere da dove proviene questa festa.

Per prima cosa il nome natale deriva dal latino Natalis dies ed è il nome con cui nella religione romana si indica il giorno di inizio di un evento importante e la sua ricorrenza: la nascita di un individuo e il suo compleanno, la fondazione di una città e il suo anniversario, la dedica di un luogo sacro e la sua ricorrenza, l'inizio del regno di un sovrano e la ricorrenza della sua ascesa al trono.

Nel giorno natalizio si svolgevano feste private in occasione dei compleanni dei privati cittadini e feste pubbliche in occasione del natale di imperatori e divinità. Anche il natale di Roma era ovviamente una solennità pubblica e coincideva con l'antica festa dei Parilia.

Il natale romano più famoso è però quello del Sole Invitto, il dies Natalis Solis Invicti, sul quale si sovrappose il natale cristiano prendendone anche il nome.

Sol Invictus ("Sole invitto") o, per esteso, Deus Sol Invictus ("Dio Sole invitto") era un appellativo religioso usato per tre diverse divinità nel tardo Impero romano, Eliogabalo, Mitra, e Sol. Al contrario del precedente culto agreste di Sol Indiges ("Sole nativo" o "Sole invocato" - l'etimologia ed il significato del termine indiges sono dubbie), il titolo Deus Sol Invictus fu formato per analogia con la titolatura imperiale Pius, Felix, Invictus (Devoto, Fortunato, Invitto).

Secondo i cristiani il simbolismo solare per indicare Cristo è ben radicato nella Bibbia. I libri profetici della Bibbia giudaica si concludevano proprio con l'aspettativa di un sole di giustizia:
« la mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione...il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi... »
(Libro di Malachia, 3, 20-21)

L'annuncio dell'arrivo di un sole di giustizia proprio nelle ultime frasi del libro che concludeva la Bibbia ebraica è stata interpretata dai cristiani, ma ovviamente non dagli ebrei, come un annuncio profetico della nascita di Gesù.

Questa interpretazione è implicita già nel primo capitolo del vangelo di Luca (vv. 78-79), in cui San Zaccaria, quando preannuncia che Giovanni Battista andrà "dinanzi al Signore a preparargli la via", profetizza che la misericordia di Dio "ci verrà incontro dall'alto come luce che sorge" ed infatti nel capitolo successivo Gesù è presentato come "luce per illuminare le nazioni" (cfr. Lc., 2, 32). Il simbolismo solare, inoltre, ricorda sia la Trasfigurazione, durante la quale il volto di Cristo splendeva come il sole (Mt 17, 2), sia soprattutto la Resurrezione.

L'iconografia cristiana delle origini utilizzò sistematicamente temi iconografici pagani e, in particolare, adottò anche attributi solari per alludere a Cristo come la corona radiata del Sol Invictus o, in alcuni casi, il carro solare. Anche gli edifici sacri erano anticamente orientati verso Est, punto dove il sole sorge (invitto dopo la lotta contro le tenebre) e sale nel cielo.

Il monogramma IHS sormontato da una croce e posto dentro una razza fiammante è uno dei più comuni cristogrammi. Gli ostensori, che avevano inizialmente una forma di teca (ostensori architettonici) hanno per lo più la forma di disco solare. La razza (o raggera) fiammante è considerata uno dei simboli più tipici del sole. Sol Invicuts è stato adottato dalla Chiesa di Roma come una prova dell'identità tra Cristo e Apollo-Helios in un mausoleo scoperto sotto la Basilica di San Pietro e datato circa al 250.

Molto prima che la Eliogabalo e i suoi successori diffondessero a Roma il culto siriaco del Sol invictus molti ritenevano che i cristiani adorassero il sole:
« Gli adoratori di Serapide sono cristiani e quelli che sono devoti al dio Serapide chiamano se stessi Vicari di Cristo » ( Adriano)
« …molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia »
(Tertulliano, Ad nationes, apologeticum, de testimonio animae)

Questa confusione era senz'altro favorita soprattutto dall'abitudine (molto logica) di festeggiare la resurrezione di Gesù proprio nel giorno dedicato al sole:
La decisione di celebrare la nascita di Cristo in coincidenza col solstizio d'inverno ha dato origine a molte controversie, dato che i Vangeli non esprimono la data in modo chiaro. Benché la scelta del 25 dicembre sia testimoniata già nel 243, altre tradizioni erano seguite in diversi luoghi. La scelta del 25 dicembre, quindi, fu stabilita in buona parte per motivi "politici" in modo da sovrapporsi al culto del Sol invictus, anche se recenti scoperte consentirebbero di dimostrare che la data di nascita di Gesù sarebbe proprio quella tradizionale.

La confusione fra i culti continuò per alcuni secoli. Ancora ottanta anni dopo l'editto di Teodosio, che proibiva i culti diversi dal cristianesimo, nel 460, il papa Leone I sconsolato scriveva:
« È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei. »
(Papa Leone I, 7° sermone tenuto nel Natale del 460 – XXVII-4)

La sovrapposizione fra culto solare e culto cristiano ha dato origine a molte controversie, tanto che alcuni hanno sostenuto che il cristianesimo sia stato pesantemente influenzato dal mitraismo e dal culto del Sol invictus o addirittura trovi in essi la sua radice vera.

giovedì 18 dicembre 2008

tribuno della plebe


La settimana scorsa ho scritto della secessione dei Plebei e le relative concessioni ottenute dagli aritstocratici (patrizi).

Tra queste c'è la magistratura romana di tribuno della plebe (tribunus plebis).

Fu creata nel 494 a.C., all'incirca 15 anni dopo la fondazione della Repubblica Romana nel 509 a.C..

La carica pubblica avevail carattere di assoluta inviolabilità e sacralità (caratteristiche sintetizzate dal termine latino sacrosanctitas).

Questo significava che lo Stato si accollava il dovere di difendere i tribuni da qualsiasi tipo di minaccia fisica, ed inoltre garantiva ai tribuni stessi il diritto di difendere un cittadino plebeo messo sotto accusa da un magistrato patrizio (ius auxiliandi). Secondo la tradizione i primi tribuni della plebe si chiamavano Lucio Albinio e Caio Licinio.
Dal 449 a.C. acquisirono un potere ancora più formidabile, lo Ius intercessionis, ovvero il diritto di veto sospensivo contro provvedimenti che danneggiassero i diritti della plebe emessi da un qualsiasi magistrato, compresi altri tribuni della plebe. I tribuni avevano inoltre il potere di comminare la pena capitale a chiunque ostacolasse o interferisse con lo svolgimento delle loro mansioni, sentenza di morte che veniva solitamente eseguita mediante lancio dalla Rupe Tarpea. Questi sacri poteri dei tribuni furono a più riprese sanciti e confermati in occasione di solenni riunioni plenarie di tutto il popolo plebeo.
A partire dal 450 a.C. il numero dei tribuni fu elevato a dieci. Fino al 421 a.C. il tribunato fu l'unica magistratura a cui i plebei potevano accedere, e che, naturalmente, era ad essi riservata. Per contro negli ultimi periodi della repubblica questa carica aveva assunto un'importanza ed un potere talmente grandi che alcuni patrizi ricorsero ad espedienti per riuscire a conseguirla. Ad esempio Clodio si fece adottare da un ramo plebeo della sua famiglia, e fu così in grado di candidarsi, con successo, alla carica.

Un altro espediente usato dai patrizi per aggirare il divieto di diventare tribuni fu quello di farsi investire del potere di tribuno (tribunicia potestas) anziché essere eletti direttamente, come avvenne nel caso del primo imperatore romano Augusto.

Questa prerogativa costituiva una delle due basi costituzionali su cui si fondava l'autorità di Augusto (l'altra era l' imperium proconsulare maius). In questo modo egli era in grado di porre il veto su qualsiasi decreto del Senato, tenendo così questa assemblea sotto il proprio totale controllo.

Inoltre poteva esercitare l'intercessione e comminare la pena capitale oltre a godere dell'immunità personale. Anche la maggior parte degli imperatori successivi assunse la tribunicia potestas durante il proprio regno, sebbene alcuni imperatori ne fossero stati investiti anticipatamente dai rispettivi predecessori, come ad esempio Tiberio, Tito, Traiano e Marco Aurelio. Altri personaggi, come Marco Agrippa e Druso, la assunsero pur senza divenire in seguito imperatori.

venerdì 5 dicembre 2008

Piazza dei Cinquecento

Prendo spunto dalla presentazione, nel corso di "Urbs" all'Eur (rassegna internazionale delle trasformazioni urbane), dell'Urban Center, struttura che sorgerà al centro di piazza dei Cinquecento al posto dell'attuale teca di vetro, per parlare anche della piazza.

All'interno dell'Urban Center ci sarà un grande plastico interattivo di Roma che mostrerà sia i luoghi storici che i principali progetti in campo urbanistico. Collegati al plastico, schermi per vedere filmati e foto del patrimonio storico, immagini in tempo reale della città inviate da webcam sparse sul territorio, simulazioni virtuali delle opere pubbliche in progetto. Sempre all'interno, un centro di documentazione multimediale sulla storia di Roma (in ogni epoca e in ogni aspetto) e uno spazio per conferenze e dibattiti.

L'Urban Center ospiterà anche mostre temporanee a tema e organizzerà visite guidate ai cantieri.

Adesso parliamo della vastissima e animata piazza fronteggiata dalla grande stazione Termini. Quanti di noi sanno che è chiamata dei Cinquecento per il monumento ivi innalzato alla memoria dei cinquecento soldati italiani gloriosamente immolatisi a Dogali.




Il monumento è rappresentato dall'obelisco eretto ad Heliopolis da Ramsete II e portato a Roma nel tempio di Iside, venne rinvenuto nel 1883 in Via di Sant'Ignazio, presso la tribuna di Santa Maria sopra Minerva.

Venne restaurato ed utilizzato, quattro anni dopo, per il monumento commemorativo dei caduti della battaglia di Dogali, in Etiopia (1887).

Venne posto su un basamento realizzato da Francesco Azzurri, così che raggiunse l'altezza di m 6,34 e fu collocato inizialmente davanti l'ingresso della stazione Termini, principale snodo ferroviario della Capitale.
Nel 1925 venne dislocato nella posizione attuale (via delle terme di Diocleziano).
Nel 1937 venne decorato alla base con il Leone di Giuda in bronzo dorato conquistato ad Addis Abeba durante la campagna di Abissinia, ma dopo la seconda guerra mondiale il simulacro bronzeo venne restituito all'Etiopia.

La Battaglia di Dogali fu combattuta tra le truppe del Regno d'Italia e le forze abissine durante le prime fasi della penetrazione italiana in Eritrea.
All'alba del 26 gennaio 1887, una colonna di 548 soldati italiani comandata dal Tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, inviati in soccorso al presidio di Saati, fu sterminata dopo quattro ore di combattimento dalle truppe irregolari del ras etiopico Alula, generale del negus Giovanni IV d'Etiopia.

Il fatto si svolse presso la località abissina di Dogali, circa 20 chilometri ad ovest di Massaua.
La colonna stava trasportando al fortino di Saati, che era stato circondato, armi e generi alimentari, quando venne assalita da circa 7000 guerrieri abissini.
Il combattimento fu molto feroce e, quando gli italiani ebbero esaurito le munizioni ripiegarono dietro una collina, resistendo all'arma bianca con sciabole e baionette contro le scimitarre degli avversari.
Dell'unità italiana si salvarono solo un ufficiale e 86 soldati, rimasti feriti o mutilati, confusi tra i compagni morti, che furono tratti in salvo il giorno successivo da una colonna di soccorso. Alla battaglia seguì un terremoto politico in Italia, a seguito del quale il governo Depretis dovrà dimettersi.

venerdì 5 settembre 2008

I ladini in Val di Fassa

Come sanno i miei lettori più assidui (esistono?) quest'estate sono stato in Val di Fassa. Una valle fantastica che permette di osservare paesaggi incantati. A dimostrazione pubblico la foto di un tramonto (non è mia!)


Uno spettacolo mozzafiato ed indimenticabile, con i picchi delle Dolomiti circostanti che si ammantano di una veste rosata, con le vette che d'un tratto si trasformano in un magico giardino di rose. É quello che i ladini chiamano Enrosadira, letteralmente il "diventare di color rosa", un fenomeno straordinario per cui le pareti rocciose delle Dolomiti, data la loro peculiare composizione di carbonato di calcio e magnesio, assumono al calar del sole ed in giornate caratterizzate da un'atmosfera particolare, una colorazione rosa che passa gradatamente al viola.

Bello vero? La didascalia della foto l'ho trovata su internet ma come qualcuno avrà già capito l'obiettivo del post è un altro:

chi sono i Ladini?

Normalmente si confonde il latino con il ladino; cioè non ci si rende conto che esiste invece una bella differenza fra le due lingue, anche se la parentela in effetti esiste. Tanto per fare chiarezza in questo campo, devo partire dal concetto di lingue romanze , cioè lingue che sono derivate da un unico ceppo: il latino. Qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedere: che rapporto c'è fra latino e ladino? Perché ci sono lingue chiamate "romanze "? Anzitutto il termine "romanze" deriva da "romano", quindi ha a che fare con la prolungata presenza romana nei territori dove tali lingue hanno avuto origine.

In sostanza c'è alle spalle tutta una storia di evoluzione linguistica attraverso i secoli, che è avvenuta gradatamente, non da un giorno all'altro. E' sostanzialmente lo stesso processo naturale che avviene in seno a tutte le lingue; è avvenuto in passato con il latino, il greco, il sanscrito eccetera, ma avviene ancora oggi con l'italiano e tutte le lingue del mondo.

Partiamo dalla storia di Roma e delle sue conquiste (chissà come mai!). Si sa che Roma al culmine della sua espansione, quando i confini del suo impero si erano estesi al massimo, aveva diffuso fra i popoli conquistati le sue leggi e le istituzioni proprie della sua gente; tuttavia insieme alle leggi, Roma aveva portato anche la lingua, cioè il latino.

Il latino, dunque, col tempo arrivò a diventare la lingua universale in un'area molto vasta dall'oriente ad occidente, dal nord al sud. Contemporaneamente si ebbe un fenomeno in virtù del quale il latino in maniera graduale andò a fondersi con la lingua parlata in origine dai popoli assoggettati al suo dominio, creando inizialmente una sorta di lingua mista che poi si trasformò quasi totalmente in latino. Tale fenomeno durò per moltissimi anni, fino a quando l'impero romano non decadde e si ebbe la frantumazione in diversi stati e nazioni indipendenti, non più amministrate dai funzionari romani, ma dai propri funzionari.

Si ebbe, in definitiva, per quanto riguarda la lingua, il processo inverso; il latino, non più considerata lingua ufficiale, tanto che mentre per secoli uno spagnolo era stato in grado di comprendere e parlare con un abitante della Romania, o con un residente in Francia, ora iniziava a parlare una lingua diversa, cioè una lingua in cui riaffioravano lentamente le varie lingue nazionali, lingue definite dai glottologi "di sostrato" o substrato. Quindi le lingue di origine non erano scomparse completamente, ma erano rimaste quasi congelate, per così dire, e ritornavano a nuova vita dando così origine ad una lingua del tutto nuova. Ora, il latino, la lingua parlata dai Romani e diffusa in tutto l'impero, dava la sua impronta indelebile a queste nuove lingue chiamate "romanze", perché derivate dalla lingua di Roma.
Il post lo dedico a una mia nuova lettrice (mi hanno fatto la spia!):
Benvenuta Lucia.

giovedì 14 agosto 2008

Auguri

Arrivederci a Settembre
Cenni storici
Il termine Ferragosto (dal latino Feriae Augusti = riposo di Agosto) indica una festa popolare antica, che si svolgeva il 15 agosto per festeggiare la fine dei principali lavori agricoli.
Nell'occasione, i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia; tale festa era tipicamente romana, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria dai decreti pontifici.
La ricorrenza discende direttamente dai "Consualia", il periodo di festa e riposo che nell'antica Roma repubblicana si dedicava al dio Conso, protettore dell’agricoltura.
Agli inizi dell'età imperiale (18 a.C.) tali ferie vennero ribattezzate come "Augustali", in onore dell'imperatore Ottaviano Augusto, da cui deriva l'attuale denominazione del mese di agosto.
Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l'impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro (cavalli, asini e muli) venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori.

mercoledì 16 luglio 2008

La lupa capitolina

Mercoledì scorso ho letto su un quotidiano la notizia che la Lupa capitolina non era etrusca ma medievale.

La scoperta era spacciata come straordinaria ma per chi ha la passione per l'Antica Roma sa che alcuni studiosi avevano già sollevato alcuni anni fa dei dubbi sulla datazione del simbolo più famoso di Roma.

Infatti, alla fine del 2006, Adriano La Regina, ex soprintendente ai beni culturali di Roma, scriveva su Repubblica che

"la Lupa capitolina è da sempre considerata uno dei capolavori dell'antichità. Compare nei manuali di storia dell'arte come oggetto di produzione etrusca. Già attribuita a Vulca, il grande scultore di Veio chiamato a Roma nel tardo VI secolo per decorare il tempio di Giove capitolino, la Lupa è stata più di recente giudicata opera di un artista veiente della generazione successiva, il quale l'avrebbe plasmata e fusa tra gli anni 480-470 avanti Cristo. È invece noto da tempo che i gemelli sono stati aggiunti nel 1471 o poco dopo quando il bronzo, donato da Sisto IV alla città di Roma, fu trasferito dal Laterano sul Campidoglio. Ora ci viene dimostrato, con argomenti inoppugnabili, che neanche la Lupa è antica. Per caratteristiche tecniche essa si inserisce infatti coerentemente nella classe della grande scultura bronzea d'epoca medievale, mentre per qualità formali può essere attribuita ad un periodo compreso tra l'età carolingia e quella propria dell'arte romanica. Nel 1997 il restauro della scultura fu affidato ad Anna Maria Carruba, una storica dell'arte restauratrice che da anni si dedica alla conservazione di bronzi antichi, la quale ha svolto accurate indagini intese anche a determinare la tecnica di fusione. Ne risultò che la scultura era stata fusa a cera persa col metodo diretto effettuato in un solo getto. Questa tecnica si evolve e si raffina in età medievale al punto di consentire la fusione di grandi bronzi, anche per l'esigenza di fondere le campane senza saldature e difetti, onde ottenerne purezza di suoni.

La differente collocazione temporale non cambia nulla per quanto riguarda il nostro simbolo ma lascia molti dubbi sulle "verità" archeologiche che conosciamo. Chissà quante altri errori ancora non scoperti.

Lunga vita a Roma


martedì 3 giugno 2008

Le isole canarie

Un'altra chicca da un gioco a quiz in TV:
Il nome delle isole Canarie deriva dal latino canis (cane) ed è collegato alla presenza sulle isole di grandi quantità di cani, riferita per la prima volta da Plinio il Vecchio.
A sua volta il canarino prende nome da queste isole, perché i canarini sono originari delle Canarie.

sabato 24 maggio 2008

Il ciao dei romani

Il termine Vale significava ciao, stammi bene.
Era per i romani una forma di saluto. Grammaticalmente è la seconda persona dell'imperativo presente del verbo "valeo" il cui significato primario è valere, essere forte, essere capace, essere sano, godere ottima salute e da qui il passo come forma di saluto è breve.
Lo troviamo in numerose espressioni: "Ut vales?" (=come stai?), nell'abbreviazione "S.V.B.E.E.V." , "Cura ut valeas" (=cerca di star bene), come saluto d'addio ad un defunto "aeternum vale" (Virgilio Eneide libro XI,98), o supremum vale (Ovidio Metamorphoses liber X ,62) e non ultimo come espressione di rifiuto e di spregio "si talis est deus, valeat" (=se il dio è tale -così meschino ed inaffidabile-, lo saluto).

mercoledì 21 maggio 2008

Piove nel Pantheon?


Ieri sera ero a Torino e sono andato a cena con due amiche piemontesi, Felicetta e Monica. Inevitabilmente il discorso è finito sulla mia passione sull'Antica Roma (incredibile vero?). Felicetta, mi ha raccontato di quando, durante una delle sue tante visite nell'Urbe, aveva visitato il Pantheon e la guida le aveva spiegato il motivo per il quale dal foro centrale della cupola non poteva piovere(!!!). Nonostante la mia incredulità le ho promesso di documentarmi:

Cara Felicetta, mi dispiace ma come ti avevo anticipato, i romani erano grandi costruttori non dei maghi. Infatti dal foro in alto l'acqua piovana entra normalmente ma il pavimento, in marmi policromi, è leggermente convesso per permettere di convogliare le acque in appositi fori che fanno parte di un complicato sistema di fognature sotterranee. La teoria che l’aria calda che esce dall’apertura circolare della cupola ostacola l’entrata della pioggia non è vera in quanto il foro è di dimensioni troppo grandi, anzi ho letto che è sorprendente vedere la pioggia che cade sul pavimento di marmo formando un cerchio perfetto. E se ci saranno anche tuoni e fulmini, la visita resterà tra i vostri ricordi più preziosi di ogni luogo e tempo

giovedì 8 maggio 2008

Il lustro

Un lustro è un periodo di tempo equivalente a 5 anni.
L'etimologia del termine viene dal sostantivo latino lustrum (a sua volta legato al verbo luere, aspergere), altra denominazione del rito di purificazione della lustratio.
Tale rito era officiato in particolare ogni cinque anni dai censori quinquennali, al termine del censimento di cui erano incaricati. Il termine passò quindi ad indicare l'ntervallo di tempo tra un lustrum e l'altro e quindi ogni intervallo di cinque anni.

venerdì 11 aprile 2008

Rione San Saba


Venerdì pomeriggio sono andato a prendere mio figlio a scuola (rione San Saba) e quando siamo tornati a casa (Garbatella) ci siamo accorti di esserci dimenticati lo zaino. Immaginate quanto ero felice, pioveva a dirotto. Non avendo l'auto e considerato il peso ormai in crescita costante ho deciso di andare a piedi (un bella passeggiata sotto la pioggia!) attraversando il rione San Saba, detto popolarmente il piccolo Aventino.

idea felicissima: il rione è fantastico.
San Saba prende il nome dal monastero e relativa chiesa che furono per secoli, dopo la caduta dell'impero romano, la sua unica presenza abitata.
Attorno al VII secolo alcuni eremiti s'insediarono sulle rovine di quella che era stata la caserma (statio) della IV coorte dei vigili, opportunamente collocata in un luogo da cui si poteva dominare con lo sguardo una gran parte del territorio sudest della città, tra l'attuale Porta San Paolo - che per i romani era Porta Ostiensis - e Porta San Sebastiano - che per i romani era la Porta Appia.
Verso l'VIII secolo, monaci orientali provenienti dalla comunità fondata a Gerusalemme da San Saba presero possesso del sito, e vi istituirono un monastero che nel IX secolo era considerato il più importante della città, e dal quale si irradiava in quasi secoli una vivace attività diplomatica verso Costantinopoli e il mondo barbarico.
Il monastero divenne col tempo assai ricco: possedeva, fra l'altro, il castello di Marino e il castello di Palo. La sua proprietà passò nei secoli dai benedettini ai cluniacensi, ai cistercensi, e dal 1573 al Collegio Germanico Ungarico, retto dai Gesuiti che lo tengono ancor oggi.
Dopo l'unità d'Italia, il piano regolatore di Roma capitale aveva destinato a verde pubblico la zona, contigua alla Passeggiata Archeologica. Tra il 1907 e il '14 il Blocco Popolare che governava la città in quegli anni (radicali, repubblicani e socialisti, sindaco Ernesto Nathan) fece realizzare dall'Istituto Case Popolari sul Piccolo Aventino, fra la chiesa e le mura, 10 lotti di edilizia residenziale destinati alla piccola borghesia impiegatizia, tra gli ultimi insediamenti residenziali programmati dentro le mura Aureliane.
Situato com'è sulla spianata in cima ad un cocuzzolo, il rione è percorso da salite e scalinate che degradano verso le mura o verso il sottostante Testaccio. Le case "popolari" sono villini bifamiliari ognuno con il suo giardinetto, e palazzine di non più di 4 piani, con appartamenti luminosi e cortili spaziosi, ognuna rivestita di una cortina di mattoni dello stesso colore della cortina antica della chiesa e delle mura.

Ma il vero cuore di San Saba è il giardino della piazza (piazza Bernini): ci sono alberi che fanno ombra alle panchine, due fontanelle per la sete di cani e bambini, al centro il monumentino ai caduti nella grande guerra, il mercato la mattina, il campo giochi installato nel recinto della chiesa, e la scuola elementare (quella di mio figlio) che affaccia anch'essa sulla piazza e dove il quartiere va a votare quando è tempo di elezioni. Peccato che è veramente tenuto male!!

C'è il giornalaio dove ogni mattino lotto con i bimbi per non comprare le carte dei Pokemon, alcuni negozi di alimentari tra cui un forno dove acquisto quotidianamente chili di pizzette sempre per le mie affamate bestiole, un bar-tabacchi, e una volta c'era anche un cinema - si chiamava Rubino - che ora è diventato un piccolo teatro, l'Anfitrione.

C'è, insomma, tutto quel che rende autonomo e riconoscibile un paese, appunto.

La periferia di questo paese - assolutamente compiuto in sé e felicemente appartato dal traffico benché ancora dentro le mura e collegatissimo - è stata poi urbanizzata dagli anni '30 ai '60, soprattutto fuori dalle mura, e anche se ci sono ancora villini e i condomini hanno mantenuto dimensioni vivibili, i 2500 abitanti originari sono diventati forse 20.000.

Il vincolo del parco archeologico e del complesso delle Terme di Caracalla hanno comunque frenato, fortunatamente, la passione romana del mattone.


QUOD INTRA CIPPOS AD CAMPUM VERSUS SOLI EST CAESAR AUGUSTUS REDEMPTUM A PRIVATO PUBLICAVIT
cippo (murato sulla facciata di un condominio del 1930) che ricorda come Augusto rese pubblici i terreni su cui oggi sorge la parte nuova del rione

giovedì 10 aprile 2008

Il Senato


Siamo sotto elezioni e volevo capire cosa era il Senato nell'antica Roma


Il Senato romano era la più autorevole assemblea dello stato nell'antica Roma, un'istituzione rimasta invariata nel corso delle trasformazioni politiche della storia dell'impero romano.


Secondo la tradizione, il senato fu riunito per la prima volta da Romolo, il mitico fondatore di Roma. Romolo decise che il senato (Curia) fosse composto da 100 patres (poi ampliato a 200) nominati dal rex, i capofamiglia delle cento gentes originarie ricordate da Tito Livio, tutte di rango patrizio, per assistere il re nelle sue decisioni.

Il termine senato deriva da senex, che significa vecchio, perché i membri del senato erano solitamente anziani.

Il senato romano riuscì a essere veramente importante solo con l'instaurazione della Repubblica nel 509 a.C..

Gli venne conferito formalmente il solo potere consultivo, ovvero il diritto di essere consultato prima di far passare una legge. Ma in pratica, siccome i senatori erano l'unica carica che durava a vita, avevano molto più potere poiché potevano esprimersi su tutti i provvedimenti dello Stato ed avevano maggiori possibilità di difendersi delle altre istituzioni, che duravano invece un anno.

Per diventare senatori si doveva aver ricoperto tutte le altre cariche e avere almeno 43 anni. Per ricoprire una carica pubblica un cittadino doveva aver prestato almeno 10 anni di servizio nell'esercito. L'età minima per entrare nell'esercito era fissata a 17 anni, e quindi un cittadino doveva avere almeno 27 anni per essere eletto a una magistratura.
Il Senato romano si poteva riunire solo in luoghi consacrati, solitamente nella Curia; le cerimonie per il nuovo anno avvenivano nel tempio di Giove Ottimo Massimo mentre gli incontri di argomento bellico avvenivano nel tempio di Bellona.

mercoledì 2 aprile 2008

Il matrimonio romano


Navigando su internet ho trovato questa descrizione sul matrimonio nell'antica Roma.

A differenza che nell'antico Egitto, nella Roma arcaica una figlia, ancora giovanissima (puella, che è diminutivo di puera, ragazza), poteva essere promessa in sposa o fidanzata (sponsalia) a un giovane anche contro la propria volontà e questo rito era giuridicamente valido.

Consisteva in un vero e proprio impegno, perseguibile in caso di inadempimento, che vincolava la donna ad una sorta di fedeltà pre-matrimoniale nei confronti del futuro sposo.

Il matrimonio si perfezionava con il trasferimento della donna dalla famiglia paterna a quella del marito. Il fidanzato consegnava alla ragazza un pegno per garantire l'adempimento della sua promessa di matrimonio, un anello che lei si metteva all'anulare della mano sinistra. Sembra che tra il dono e quel dito esista una certa relazione. Aulo Gellio afferma che anatomicamente questo è l'unico dito a presentare un sottilissimo nervo che lo collega direttamente con il cuore.

I matrimoni insomma venivano decisi dai parenti dei due giovani e i motivi erano sempre di natura economica. Questo soprattutto in età repubblicana.

La forma più completa del matrimonio è quella detta per confarreationem, dal panis farreus, un pane preparato con l’antico cereale, il farro, che viene mangiato dagli sposi, appena entrati nella nuova casa.

Accanto a questo rito di matrimonio, sempre seguito dal patriziato, si hanno altre due forme meno solenni: la coemptio, una vendita simbolica con la quale il padre cede la figlia allo sposo mediante un compenso pecuniario, e l’usus, una specie di sanatoria di una condizione di fatto, per cui diventa moglie la donna che abbia abitato con un uomo per un anno intero senza interruzione di tre notti consecutive.

Con questi due ultimi modi si raggiungono le iustae nuptiae, dando al marito quel diritto di protezione e di tutela, ma spesso non di padronanza assoluta, che si dice manus.

La decimazione bellica degli uomini, causata dalle guerre puniche e dalle guerre civili, squilibra il rapporto numerico tra i due sessi. L'iniziativa per la celebrazione delle nozze non viene assunta dal futuro marito, ma più di frequente dal padre della donna. E' questi in definitiva che acquista alla figlia un marito, offrendogli una congrua dote da amministrare. La nuova usanza attecchisce bene, ma stravolge completamente l'antico ordine familiare basato sull'indiscussa potestas maritale. Anche dopo sposata la donna continua ad appartenere alla famiglia paterna, resta cioè sotto la potestas di suo padre. Alla base di questo nuovo tipo di matrimonio (detto sine manu, senza potere maritale) ci sono solo due condizioni: la materiale convivenza degli sposi e l'affectio maritalis, il reciproco consenso a considerarsi marito e moglie, che compare accanto alla semplice traditio da una famiglia all'altra.

Nel 18 a.C., per far fronte al crollo delle nascite e ai divorzi facili, Ottaviano presenta la famosa Lex Iulia de maritandis ordinibus, diretta a ricostruire la società secondo i più rigidi principi morali. Infatti la legge sanciva l’obbligo al matrimonio, vietava l’unione dei senatori con liberte (schiave affrancate) e prevedeva una serie di misure allo scopo di aumentare il tasso demografico: si stabilivano premi per i cittadini con famiglie numerose e pene pecuniarie per i celibi e i coniugi senza figli. I celibi restavano esclusi da vari diritti. Il decreto assegna inoltre un termine agli eterni fidanzamenti e stabilisce severe sanzioni per quei furbi che con continue rotture di fidanzamento eludono le leggi fiscali a carico degli scapoli, emanate per fronteggiare il preoccupante fenomeno della diminuzione delle nascite. Sarà forse un effetto delle leggi augustee, ma sta di fatto che prima del cristianesimo sono rarissime le testimonianze di donne rimaste nubili. Le donne, in particolare, dovevano dimostrare d'aver voluto almeno tre figli, nel qual caso ricevevano parità di diritti con gli uomini.

Ottaviano promulgò, inoltre, la Lex Iulia de pudicitia et de coercendis adulteriis, che riguardava il libertinaggio ed il lusso licenzioso. Contro gli adulteri e le adultere erano sancite gravissime pene economiche. Alla base vi era la volontà di rinsaldare l’istituto familiare e la società uscita disfatta dalle guerre civili. Dopo Augusto le mezzane, le prostitute e le attrici vengono private di vari diritti legali.

sabato 22 marzo 2008

Pasqua


Il termine Pasqua deriva dalla parola latina pascha e dall'ebraico pesah, che significa probabilmente passaggio.

Con questo nome si indicano due feste, molto diverse tra loro, una ebraica, l'altra cristiana.

La Pasqua più antica è quella ebraica, con la quale si celebra la liberazione del popolo di Mosè dalla schiavitù in Egitto e viene festeggiata in occasione del primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera.

La Pasqua cristiana celebra, invece, la Resurrezione di Cristo e viene festeggiata la domenica successiva al primo plenilunio dopo l'equinozio primaverile.

La festa, oltre alle radicate motivazioni religiose, è legata al risveglio della natura.

L'evento ha sempre avuto risonanze agresti e risale ad un'antica celebrazione con cui veniva festeggiato l'arrivo della primavera tramite offerte di ringraziamento, tra cui le primizie del campo e dell'orto, e sacrifici di agnelli, la cui carne veniva consumata con un pasto rituale.

Oggi come in passato si ritrovano sulla tavola le spighe di grano tramutate in pane, le erbe, le uova, l'agnello, irrinunciabili e caratteristici alimenti della Pasqua.


L'uovo di Pasqua è venerabile, mentre le uova di cioccolato hanno un origine abbastanza recente. La tradizione dell'uovo pasquale ha origini antichissime. Infatti, i contadini della antica Roma erano soliti sotterrare nei campi un uovo dipinto di rosso, simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto. Ed è proprio con il significato di vita che l'uovo entrò a far parte della tradizione cristiana, richiamando alla risurrezione di Cristo ed alla vita eterna.

Le uova, infatti, forse per la loro forma e sostanza molto particolare, hanno sempre rivestito un ruolo unico, quello del simbolo della vita in sé, ma anche del mistero, quasi della sacralità.

L'uovo era visto come simbolo di fertilità e quasi magia, a causa dell'allora inspiegabile nascita di un essere vivente da un oggetto così particolare.

venerdì 14 marzo 2008

Le origini di Torino


Sono stato per due giorni a Torino per lavoro e mi sono documentato sulla sua storia, ovviamente di origine romana.

Per ritrovare le origini di Torino bisogna risalire nel tempo a prima della colonizzazione romana, a quando la pianura del Po fu punto di incontro tra le popolazioni Liguri e quelle celtiche.
Intorno alle modalità di fondazione ed all'etimologia del nome di Torino esistono varie leggende come quella che riporta dell'esistenza, nei pressi di un villaggio neolitico di un temibile drago. Un contadino dopo aver fatto inebriare il proprio toro con un otre di vino, avrebbe aizzato la bestia contro il grande rettile: la lotta tra i due animali fu cruenta, al punto che il toro, dopo aver sconfitto il mostro, morì per le ferite riportate. I popolani, in onore della vittima, decisero di chiamarsi Taurini.

La fondazione ufficiale della città avviene per opera di Augusto, che intorno al 28 a.C., deduce una seconda colonia, il cui impianto è quello che ancora adesso è rilevabile nel centro di Torino, con il nome di Julia Augusta Taurinorum.

Augusta Taurinorum ebbe il caratteristico impianto urbanistico a scacchiera derivato dalla sua origine militare, impianto mantenutosi ed ampliato fino ai giorni nostri, almeno nel centro cittadino.
La cinta muraria era composta da mura che superavano i cinque metri di altezza ed i due metri di spessore in cui si aprivano quattro porte (Decumana, Praetoria, Principalis dextra, Principalis sinistra); la cinta era rafforzata da cinque torri angolari e da quattro torri su ciascun lato, più o meno in corrispondenza dello sbocco delle vie cittadine; postierle si ritiene che fossero posizionate in corrispondenza di ciascuna torre.
Principale strada fu il decumano maximo che collegava la porta Praetoria con la porta Decumana lungo quella che attualmente è la Via Garibaldi; a circa un terzo della sua lunghezza il decumano incrociava il cardo maximo che collegava le porte Principalis dextra e Principalis sinistra sviluppandosi lungo le attuali vie S. Tommaso e Porta Palatina.

Tranne che per il teatro, le cui fondazioni sono state rinvenute all'inizio del XX secolo nei pressi della Porta Principalis sinistra, i resti più importanti della Torino romana consistono appunto nella porta citata (ora nota con il nome di Porte Palatine) affiancata da tratti di mura e dalle fondamenta delle strutture interne alla porta stessa; nella porta Decumana inglobata nel castello di piazza Castello (torri verso Palazzo Madama); nelle fondamenta di una torre angolare in Via della Consolata ed in un tratto di muro visibile nelle sale sotterranee del Museo Egizio.
Torino poco si distinse nell'epoca romana, rimanendo una mera città di provincia. Le ultime notizie che possediamo su Torino prima della caduta dell'impero romano d'occidente sono il nome di un suo vescovo: Massimo II e la circostanza che ormai la città non è più nota come Augusta Taurinorum bensì come Taurinos/Taurinis/Taurinus.

Archivio blog